Al signor Marco Paolini....
riflessioni di un tele... spettatore. Marco Paolini quello del Vajont, ma
anche di Ustica... forse quello su Ustica è stato più travolgente! Ma anche
il Vajont ha travolto non solo una valle ma le coscienze ...degli
innocenti... perchè non la coscienza dei colpevoli?? I segreti di uno
stato-nazione possono e diventano spunti per un autore e attore teatrale
veneto, per far conoscere la sua opera anche a chi come me, il teatro non
sa cos'è, o meglio gli sarebbe piaciuto sapere cosa c'era dentro al palco,
ma la vita lo ha portato in altre lande...non desolate, anzi a volte
affollate e ...guarda la TV!
Mi scusi per questa presentazione, ma vorrei comunicare ...la mia
"appartenenza" ai suoi racconti. Identificarmi in un attore, il quale parla
anche di me stesso, della mia terra, del mio parlare...Sono veneto come Lei,
sono delle Prealpi, quasi come Lei, anzi sono della Valbrenta.
Quel posto dove ci è passato con l'orsetto di Trento per andare a Borgo
Valsugana e ... ha visto l'uomo nero! Con mia moglie ci dicevamo che l'uomo
nero da bambini lo pensavamo come un uomo senza volto e non abbiamo mai
pensato all'uomo nero dell'Africa. Mi ricordo che il primo Nero dell'Africa
l'ho visto, dal vivo, in collegio alle medie a Romano vicino a Bassano. Era
un frate dei Fatebenefratelli. Avevo 12 anni era il 1977, tutti lo
guardavamo con curiosità...prima i neri li avevamo visti soltanto in
televisione!
Il treno...il treno per me è stato emancipazione, affrancarsi dalla famiglia
e libertà... d'azione e di pensiero, in treno sono diventato grande. In quei
5 anni dove, da San Marino, per 19 km di linea ferroviaria della tratta
austroveneta bassano trento, arrivavo a Bassano neglianni '80 per
frequentare le superiori. In quel periodo ci siamo scoperti, noi, quella
generazione di "figli" della Valbrenta, oggi quarantenni. Eravamo un'orda di
barbari che occupavano Bassano. Quelli della mia classe dell'agraria mi
chiamano l'austriaco perchè abitavo a loro dire al "sesto nido delle
aquile". Io quasi mi offendevo. Oggi se mi dicessero "austriaco" farei...
forse, festa. Dicevo, che ci sentivamo figli della Valbrenta perchè eravamo
molto solidali come fratelli, ma non chiusi come si potrebbe pensare per chi
abita in valle. La nostra valle è aperta, passa di tutto ad ogni ora del
giorno, dai TIR ai turisti, alcuni si fermano... si accorgono di qualcosa di
strano, di strane costruzioni, oggi decrepite per il 90%. Quelle costruzioni
dimostrano la tenacità della gente che ci abitava 50-100-150 anni fa'.
La stessa gente che è andata in Brasile, a Latina, ad Arborea e chissà dove
pal mondo! Quelle costruzioni che si arrampicano su per le rocce, rocce
trasformate in terreno da coltivare, a dimostrazione che la forza di
disperazione e la povertà rendevano la nostra gente tenace (parola detta da
un mio amico marocchino quando ha letto un libro sul tema delle "Masiere"
terrazzamenti) perchè loro non volevano arrendersi e magari andare... via,
pitosto morir.
Signor Paolini se ha l'occasione di passare ancora in treno per la Valbrenta
per andar su par Trento, butti l'occhio verso ovest, verso l'Altipiano di
Asiago. Le vede lì le Masiere, perchè adesso con la neve caduta non si
nasconde la verità, anzi la sottolinea ... la neve sottolinea i lineamenti
della vallata, sottolinea che il degrado e l'abbandono della nostra
testimonianza sono tangibili... che non ghe xè schei per la testimonianza
dei nostri avi...anzi noi siamo ancora fortunati che abbiamo un segno
lasciato dai nostri avi, sentiamo ancora le voci, vediamo le lacrime su quei
sassi e le bestemmie risuonano ancora come echi tra le roccie ...besteme par
spacar la roccia, tirar su sti sassi da par tera e far un muro de sasi, par
impiantar el tabaco e... non vedar mai el fior ... perchè xera proìbio. No
te poi far a semenza del tabaco, a finanza a te cava e licenze e ...dopo te
mori de fame o... te ve via...
Mia nonna novantenne, ancora in vita, quando ha voglia di parlar de stiani,
mi racconta della "poenta santa": partivano senza chitarra e neanche
pianoforte...e non andavano a Roma...andavano a Scorzè partendo da Valgoda
di Enego alle 5 del mattino prendevano il solito treno, quello a vapore a
"vaca mora" quello lento, ma puntuale, dopo esser scesi dall'altipiano
pestando i sassi della mulattiera e gli strodoi verso fondo valle...andavano
a tor la farina per la polenta quella che si taglia col filo, magari la
farina era bianca. Più erano e più grano prendevano, due sacchi per
famiglia. Arrivavano a Scorzè con na scorta de tabacco de contrabando, per
pagare il granoturco da trasformare in polenta. Poi fatto lo scambio
ripartivano verso le prealpi e scendevano dal treno a San Marino a sera
tarda e chiedevano a Bepi Stasion, se gentilmente poteva tenere i sacchi
perchè andar per la montagna col scuro e i sacchi sulle spalle dopo una
giornata non certo riposante, neanche Golia ci sarebbe riuscito. E, el poro
Bepi Stasion el capiva la situazione, custodiva i sacchi di granaglia in
attesa del giorno dopo, dove sempre gli stessi prendevano i sacchi e li
portavano a Valgoda...ma non era finita perchè raggiunto l'atipiano dovevano
andar a Enego dove c'era il mulino per trasformare il grano in farina (altri
sie chilometri andata e ritorno), fatta la farina tornavano a casa... e mia
nonna conclude..." dime ti quanto santa che a gèra sta poenta".
Quando la mangiavano probabilmente pregavano senza dir alcuna giaculatoria.
Il valore del cibo, di un cibo povero come la polenta...
adesso la chiamano crema di mais... nei ristoranti rinomati e non solo!
Il Valore della polenta "santa" si perde con la crema di mais.
Concludo ringraziandola per le sue opere, ha reso la nostra vita delle opere
teatrali... si ricordi che quando passerà per San Marino, in treno
naturalmente, magari per un' oretta in attesa del prossimo orsetto o
minuetto, si fermi ... e si accorgerà di non essere sul Monte Titano come
alcuni turisti internazionali e non, pensano di essere. Girando lo sguardo
verso est si accorgerà di essere ai piedi del Col Caprile (Massicio del
Grappa) dove il 19 settembre del 1918 un ragazzo magiaro dell'attuale
Romania con un nome poetico e fiabesco, tale Peter Pan, è morto e le sue
ossa riposano sull'ossario del versante del cimitero austroungarico...mentre
mio nonno tale Mocellin Ermando da San Nazario appartenente al battaglione
Vicenza sul Don, con le sue ossa si trova chissà dove, ma riposa nella terra
della madre Russia , come chiamano i russi la loro patria ...è pur sempre
una Madre.
Grazie per l'attenzione.
Stefano Mocellin
sabato 24 gennaio 2009
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1 commento:
Gentile Signor Mocellin,
ho apprezzato molto la sua lettera, anche per i ricordi che mi suscita. Mia madre era di Valgoda, una figlia di Angelo Dalla Costa (Cicci). I miei nonni hanno lasciato il paese nel 1937 per trasferirsi a Venaria (Torino).
Il racconto di sua nonna sulla "poenta santa" è indicativo delle condizioni di vita di quegli anni. Le "masiere" e il lavoro stagionale degli uomini all'estero non bastavano più. A proposito, qual è il libro sulle "masiere"?
Le ragazze andavano "a servizio" in qualche città. Gli uomini in fabbrica. In montagna non c'erano neanche più i lavori elencati da Rigoni Stern in "Uomini, boschi e api".
Mi piacerebbe molto trovare notizie sulla vita in quegli anni a Valgoda, ma anche a Enego e nei Sette Comuni. Sul tipo dell'articolo sul tabacco di Stefania Simi, dove si parla anche della Sirota, una mitica figura di Valgoda. Sicuramente la sua associazione (e, forse, sua nonna) è una ricca fonte di tali notizie.
Grazie dell'attenzione.
Bruno Vincenzi
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